Lupin the IIIRD - La Lapide di Jigen Daisuke, solo una questione di stile


Dopo aver celebrato i 40 anni della prima serie animata con l'incredibile La Donna chiamata Fujiko Mine di Sayo Yamamoto, TMS ha scoperto che tra i giapponesi c'è ancora un vasto pubblico affamato di nuove avventure di Lupin III che si ispirino alle atmosfere adulte del manga originale di Monkey Punch. Appresa la lezione, lo step successivo è stato di affidare il personaggio nelle sapiente mani di Takeshi Koike promosso a regista, dopo aver già fatto da character designer e direttore delle animazioni nella serie spin-off su Fujiko, per un nuovo progetto che mantenga una certa continuità stilistica col precedente senza però limitarsi a una ripetizione priva di novità. Il risultato è una serie di mediometraggi da 50 minuti realizzati per il mercato home video (ma sempre anticipati da una breve distribuzione evento cinematografica). Ciascun film racconta una vicenda che è autoconclusiva e allo stesso tempo un capitolo di una narrazione più vasta che Koike distingue sotto il nome di "Lupin the IIIRD". La serie ha avuto inizio nel 2014 con La Lapide di Jigen Daisuke, è proseguita nel 2017 e nel 2019 con Lo Schizzo di Sangue di Goemon Ishikawa e La Bugia di Fujiko Mine ed è tutt'ora in corso. Come i titoli lasciano intuire, si tratta di avventure che si concentrano di volta in volta su un personaggio diverso per raccontare un episodio chiave della sua vita. Ognuna delle storie contiene però alcuni indizi che rimandano a un complotto generale che si fanno più espliciti con l'andare avanti della saga.

Come per La Donna chiamata Fujiko Mine, la principale ispirazione va alla prima serie del manga di Lupin III oltre che alla prima decina di episodi diretti da Masaaki Osumi, ma Takeshi Koike decide di concentrarsi meno sulle atmosfere noir ed eleganti usate da Sayo Yamamoto e di premere invece l'acceleratore sull'azione e sulla violenza hard boiled, rimasticando in una chiave più estrema molti dei trope del franchise per accordarli al suo stile. Anche visivamente, le ombreggiature irreali ed eteree del precedente spin-off lasciano qui lo spazio a una colorazione più naturale e vivace, un accorgimento per non distrarre lo spettatore dalle animazioni molto più curate che una produzione per l'home video permette rispetto a una televisiva.


Il primo capitolo, La Lapide di Jigen Daisuke, vede Lupin e Jigen intenti nel furto di una pietra preziosa appartenente alla Dorea dell'Est, una nazione famosa per il suo bassissimo tasso di criminalità. Nonostante alcuni imprevisti il furto avviene con successo, ma l'entrata in scena di un infallibile cecchino famoso per l'usanza di costruire le lapidi delle sue vittime prima di eliminarle fa precipitare rapidamente la situazione e i due si ritrovano nel bel mezzo di un complotto politico tra la Dorea dell'Est e la Dorea dell'Ovest e che è legato all'omicidio di Queen Marta, famosa cantante che aveva precedentemente assunto Jigen per proteggerla.

Pur tracciando la via che seguiranno anche i successivi, questo primo film è il più autoconclusivo della serie e non lascia interrogativi di sorta, probabilmente perché si trattava di un esperimento per sondare l'accoglienza senza correre il rischio di lasciare qualcosa d'incompleto. Takeshi Koike e Yuya Takahashi confezionano quindi un intreccio che spreme al massimo il tempo a loro disposizione concentrandosi tanto sulle articolate e spettacolari scene d'azione quanto sul fornire un contesto tangibile e coerente alle vicende. Nei soli 50 minuti di durata, La Lapide di Jigen Daisuke esibisce una discreta quantità di assonanze con la tipica avventura di Lupin III alternate a dissonanze che creano nello spettatore l'impressione di un ambiente narrativo famigliare e allo stesso tempo nuovo e pericoloso. La dissonanza parte dai dettagli, come la scena in cui Lupin e Jigen si sostituiscono a due diplomatici con il classico travestimento perfetto ma mettendoli fuorigioco con una meno classica iniezione sedativa al posto del solito edulcorato sonnifero spray, e che esplode nella scena in cui i due si ritrovano a dover strisciare per sfuggire all'infallibile cecchino che li tiene sotto mira e che ha già messo a segno ben due colpi. Ma il momento che forse più di tutti fa smarrire lo spettatore è quello immediatamente successivo in cui vediamo Jigen interagire con Lupin come fosse un partner e nulla più, senza mostrare un briciolo di quel rapporto d'amicizia che è sempre stata una certezza dell'anime sin dal primissimo episodio.


Passato alla poltrona di regista, Koike decide di continuare la storia della formazione della gang da dove l'aveva lasciata La Donna chiamata Fujiko Mine e di raccontare il momento in cui il rapporto lavorativo che lega Lupin e Jigen si evolve nell'alchimia perfetta a cui siamo abituati. Con questo film brevetta una formula semplice quanto efficace che ritroveremo anche nei successivi e che consiste nell'ideare un villain apparentemente invincibile e costruito su misura per essere una versione distorta del protagonista, per metterlo in difficoltà e costringerlo a crescere per sopravvivere. Dinanzi all'inarrestabile Yael Okuzaki (probabilmente ispirato a Golgo 13) Jigen dovrà infatti mettere da parte la posa da lupo solitario e imparare a fidarsi di Lupin gettando così le basi per quell'intesa sincera che già possiamo vedere nella scena finale in cui si godono la prima e tanto attesa fumata insieme guardando il tramonto.

In un piano narrativo parallelo e secondario si muove invece Fujiko Mine che mantiene la grande indipendenza e abilità acquisite nella serie a lei dedicata. È invece l'erotismo che l'accompagna a fare un passo indietro: meno subdolo, significativo o elegante, è così sfacciato da rendere impossibile il non notare che il regista è tornato a essere un uomo, soprattutto se si tratta di un uomo dall'impronta artistica estrema come in questo caso. Una delle sequenze che più rimangono impresse di questo capitolo è infatti la scena della tortura inflitta a Fujiko dall'organizzazione nemica e che definire spinta è forse dire poco. Nel 1972 Masaaki Osumi aveva realizzato un qualcosa di simile nel primo episodio di Lupin III Part 1 quando aveva fatto finire la donna tra le mani di Mister X, il capo dell'organizzazione Scorpion, che la fece legare a un tavolo per torturarla con il solletico prima che Lupin arrivasse a salvarla. Quello che nell'episodio di Osumi era un sottotesto di natura sessuale nascosto sotto una scena tutto sommato umoristica con Koike diventa una scena angosciosa in cui la donna si ritrova protagonista di uno spettacolo morboso dove un pericoloso macchinario la minaccia su di un palco di vetro mentre un pianista suona incessantemente la stessa stridente nota. C'è un solo modo per interpretare ciò che sta succedendo a Fujiko in questa scena e si tratta sicuramente di uno dei momenti che contribuiscono di più a generare la dissonanza tra quest'opera e tutto ciò che è venuto prima.


Sebbene sia innegabile che ci sia un certo grado di gratuito, la scena della tortura di Fujiko ha come scopo principale quello di mettere in ridicolo l'assurda pretesa che ci possa essere del bello artistico dietro atti violenti e fondamentalmente sbagliati come questi. Credere di poter trasformare una tortura in una performance artistica concettuale è una farsa grottesca, esattamente come lo è la pratica di Yael Okuzaki di codificare il proprio modus operandi da sicario in una serie di pratiche inutili (il gioco dei dadi, la lapide, il vestiario) che servono a creare l'illusione di un'arte personale che, come gli ricorda Lupin a metà film, non esiste. Yael preme il grilletto a comando, senza fare mai nulla di più né nulla di meno di quanto gli venga richiesto dai suoi padroni. La sua attitudine al mestiere è quella di un cane ben addestrato che s'illude di essere libero solo perché incapace di notare il proprio guinzaglio. Per quanto Okuzaki tenti di decorarla, dietro il suo fucile da cecchino non c'è alcuna personalità ma solo una fredda e spietata professione. Accusato di questo dallo stesso Lupin, Yael risponde che questa sua etica è "l'unica ragione per cui sei ancora in vita", vantandosi di fatto di quello che si rivelerà essere il suo più grande errore.


Per come la pone Jigen confrontando la sua pistola con quella del suo avversario, la differenza tra i due è solo una questione di stile. Yael ha rinunciato a qualsiasi personalità dinanzi all'efficienza, una mentalità da impiegato che non può reggere il confronto con gli avversari che si è trovato di fronte questa volta. Sta qui il cuore tematico del conflitto messo in scena dal film. Koike ci ricorda che questi personaggi sono dei criminali e che le loro azioni sono guidate dal tornaconto personale ma che non per questo sono privi di una morale o incapaci di provare dei sentimenti. Pur essendo stato liberato dai vincoli lavorativi che lo legavano a lei, Jigen prova infatti rimpianto per non essere riuscito a proteggere Queen Marta, un sentimento invece completamente sconosciuto a Yael. Come riaffermano loro stessi a fine film, quello del pistolero e del ladro non è un lavoro ma uno stile di vita, è parte del loro carattere ed emanazione della loro libertà.


Di stile e carattere non si può non parlare guardando questo film, sia per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi che per la regia in generale. Dopo 40 anni di avventure in cui abbiamo visto Lupin III ritratto in tutte le salse possibili, Takeshi Koike riesce nell'incredibile impresa di prendere questi personaggi e dar loro nuova vita. Le fattezze scimmiesche di Lupin lasciano il posto a dei tratti del viso più raffinati che si riflettono anche nelle movenze più sicure e meno imbranate, ma senza dimenticare il lato più buffone e scomposto del personaggio che è qui affiancato da una curiosità e una furbizia marcatamente luciferine. I tratti di Jigen si sono invece irrigiditi, il volto allungato in una mezzaluna scura e ruvida a rifletterne il carattere duro e taciturno. I due sono stati rinnovati non solamente nell'aspetto ma anche nel vestiario che Koike qui rivoluziona e  che continuerà ad arricchire di capitolo in capitolo,  riportando in primo piano un altro degli aspetti fondanti del manga di Monkey Punch: la moda. Un tassello imprescindibile per restituire a Lupin, Jigen e Fujiko quella coolness che negli anni è andata sempre più stemperandosi. Finalmente questi personaggi sono tornati a essere attraenti e pieni di charme, caratteristica che d'altronde si estende a tutti gli aspetti visivi di questo mediometraggio.

Fin dalla prima scena in cui uno Yael di spalle si trova circondato di grigie lapidi in netto contrasto con un cielo colorato di un intenso rosso, ogni momento del film è pieno zeppo di momenti iconici e sequenze visivamente interessanti. E se in alcuni brevissimi campi lunghi le animazioni appaiono meno curate di quel che ci si aspetterebbe, è nelle scene d'azione presenti in gran quantità (nonostante il minutaggio) che ci si dimentica di quelle piccole imprecisioni e si rimane ammaliati a guardare questi personaggi muoversi con grande personalità e dinamismo. L'inseguimento con la Giulietta è breve ma intenso e i duelli western sono incisivi quanto i proiettili che vengono sparati. Koike non si risparmia né quando si tratta di rappresentare un nudo integrale né quando si tratta di ritrarre una violenza sanguinolenta, senza edulcorare niente e ritraendo anche dettagli anatomici molto crudi.



La Lapide di Jigen Daisuke dura 50 minuti ma scorre come se ne durasse la metà e contiene così tanto materiale da sembrare un lungometraggio che ne dura il doppio. Del franchise Koike fa sue molte convenzioni, dalle nazioni fittizie ai gadget impossibili di Lupin, non con lo scopo di fare un omaggio quanto di usarli in modo organico per raccontare la propria storia. L'elemento meno riuscito è probabilmente il lungo "spiegone" che rallenta forse eccessivamente il ritmo all'inizio del terzo atto (pur mantenendo alta l'attenzione per una risoluzione dei vari misteri tutt'altro che scontata), mentre tra quelli più riusciti (tralasciando tutti quelli già nominati in precedenza) c'è sicuramente la critica alle istituzioni e agli interessi che ruotano attorno alla guerra che riesce a essere piuttosto incisiva e puntuale nonostante i personaggi non parlino quasi mai direttamente di questi argomenti.
Pur avendo introdotto per la prima volta la giacca blu diventata simbolo del rilancio del franchise, questa nuova saga che va sotto il nome di Lupin the IIIRD è costruita soprattutto in dialogo con la storica serie in giacca verde e più specificatamente con i primi episodi diretti da Masaaki Osumi. Non solo l'ambientazione temporale è la stessa (i primi anni '70, come possiamo vedere sulle lapidi che prepara Yael) ma lo sono anche il cinema di riferimento (tra cui i film Yakuza degli anni '60) e le dinamiche tra i protagonisti. I singoli mediometraggi stessi sono divisi in due episodi da 23 minuti circa con tanto di riassunto all'inizio del secondo per richiamare le origini televisive dell'anime, dandoci così l'illusione di star finalmente guardando la trasposizione animata del manga di Monkey Punch che ai tempi Osumi avrebbe realizzato se non avesse avuto tutte quelle limitazioni creative e produttive che erano dovute alla televisione giapponese degli anni '70.

Sin dal titolo, Lupin the IIIRD è un inizio alternativo per la saga animata di Lupin III, un'alternativa graffiante e seducente come la nuova colonna sonora rock di James Shimoji, e La Lapide di Jigen Daisuke è il suo manifesto: questa volta lo stile è veramente tutto.

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