El Camino - A Breaking Bad Movie, guardarsi indietro e trovare un fantasma


Ai tempi della quinta stagione AMC e Sony ci avevano già provato. La fine appariva all'orizzonte, ma loro non erano pronti a lasciare andare la creatura di Vince Gilligan, non quando era al massimo della sua popolarità. Ma Gilligan fu irremovibile e l'unica cosa che riuscirono ad ottenere fu una stagione di 16 episodi, anziché 13, divisa in due parti da 8. Breaking Bad si chiuse sigillando definitivamente il destino di Walter White, l'elemento scatenante di tutta la vicenda, e aprendo all'incertezza quello di Jesse Pinkman, prima e più importante vittima del suo collega, incatenato sin dalla seconda stagione a un gioco di manipolazioni e coercizione. Per questo quel finale con Jesse in fuga, finalmente libero dalla gabbia (letterale e metaforica) in cui era stato rinchiuso, fu così perfetto. Un primo piano alla guida di un'automobile, senza mostrarci dove stesse andando, senza guardarsi indietro. Finalmente libero. Poi sono arrivati Netflix e la giusta proposta, un film su Breaking Bad, e Vince Gilligan ha ceduto. Lui e Jesse Pinkman si sono guardati indietro e noi tutti con loro.

Nonostante siano almeno quindici anni che si chiacchieri di quanto le serie TV si siano avvicinate al cinema per grandezza del budget, per mire artistiche e per evoluzione del linguaggio audiovisivo adottato, l'idea di "film" richiama tutt'ora alla mente un'opera di fattura e materia diversa rispetto a quella televisiva. Per questo all'arrivo della campagna di marketing che ha iniziato pubblicizzare il film come esclusiva Netflix si è accompagnata un certo sentimento di delusione per la preclusione a una visione in sala sul grande schermo. L'idea su un film di Breaking Bad suscita l'aspettativa di una sublimazione della parabola evolutiva della serie, che nel corso di cinque stagione ha ingrandito gradualmente la portata della sua storia passando dalla quotidianità suburbana degli inizi al blockbuster della rapina al treno della quinta. E l'intuizione più notevole del film è forse l'aver scelto di non prendere questa strada: El Camino non è un continuo più grande e più spettacolare, non è un "Breaking Bad sotto steroidi", ma un vero guardarsi indietro e tornare alle origini, a quello che Breaking Bad era prima di diventare altro.


Pubblicizzato come un grande ritorno in pompa magna, El Camino è un film dai toni da circuito indipendente, modesto nei modi e nelle ambizioni. Psicologicamente e fisicamente distrutto dagli eventi della serie, Jesse Pinkman cerca riparo ad Albuquerque per chiudere definitivamente questo capitolo della sua vita e aprirne finalmente uno nuovo. Vince Gilligan, di nuovo regista e sceneggiatore, torna sul luogo del delitto per mettere in piedi un'ultima storia, molto contenuta e intima, per giocare un'ultima occasione con questi personaggi. Lo fa tornando ai componenti essenziali che avevano reso le prime stagioni di Breaking Bad così notevoli, ovvero quel misto tra ispirazioni western e tarantiniane (che a tratti son la stessa cosa) che confluivano in una scrittura brillante, capace di alternare il serio e il faceto senza stonare mai. Gilligan riporta un po' di commedia nera nel dramma di Breaking Bad e con El Camino riemerge la ricerca dell'ironia nelle situazioni macabre e la consapevolezza che le cose per questi personaggi potrebbero andare storte in un modo platealmente comico. Lo fa soprattutto in un lungo e intervallato flashback in cui esplora la psicopatia latente di un personaggio che avevamo solamente potuto intuire nella serie a cui qui Gilligan si diverte finalmente a dar sfogo. I sentimenti contrastanti generati dall'aspetto paradossale di quelle scene rievocano alcuni dei momenti più alti della serie in cui i protagonisti si trovavano "ostaggio" di altri, dalle vicende con Tuco e il suo amato zio semi-infermo al lavoro nel laboratorio di Gus Fring costantemente sorvegliato dai suoi sicari. Questo ritorno alle origini è una caratteristica che probabilmente passerà in sordina dinanzi a un pubblico più interessato al Breaking Bad della ultime stagioni, ma è giusto sottolinearla perché rappresenta il più grande pregio di un film che non ha alcuna intenzione di andare avanti perché consapevole di non poterlo fare e per questo preferisce guardarsi indietro. E cos'è che trova? Degli spettri.

Pur essendo motivata e mai completamente fine a sé stessa, la reunion di parte del cast che Vince Gilligan mette in piede non può fare a meno di restituire la sensazione di star guardando un film ossessionato con degli spettri, al punto che l'ultimo "grande ritorno" nel film appare proprio come un fantasma. Tutti i personaggi storici di Breaking Bad che appaiono in questo film sono degli spettri che non hanno più nulla da dire e che si limitano a infestare il film a uso e consumo di chi non è riuscito a lasciar andare la serie originale, di chi è ancora con la testa a Breaking Bad nonostante i 6 anni passati dalla sua fine, esattamente come Jesse che nel film non riesce a fuggire fisicamente da Albuquerque e mentalmente dalla gabbia in cui era stato rinchiuso dai neonazi di Uncle Jack. Non è infatti un caso che produttore principale di quest'operazione sia proprio quel Netflix che tanto negli anni ha investito in operazioni nostalgiche tra revival di vecchie serie TV e storie costruite attorno a un'estetica che cita in modo ossessivo un passato che non c'è più.
La storia di Walt e Jesse è così chiusa che, nel tentativo di stabilire un ultimo ostacolo umano alla libertà del protagonista, il film si affida alla creazione di una nuova figura inserita tra le pieghe della storia originale, ma non riesce a renderlo nulla più che un espediente narrativo per dar vita al climax finale del film. A mancare nel conflitto armato finale è proprio un peso emotivo che dia consistenza alla bravura con cui Gilligan riesce a creare un western moderno con un paio di inquadrature. Un'aggiunta che risulta posticcia come il tentativo di dare peso all'automobile del titolo, che dovrebbe rappresentare la fuga di Jesse ma che esce di scena già nelle prime battute del film facendosi tranquillamente dimenticare in poco tempo. Se non altro, la difficoltà di aggiungere nuovi elementi è la prova della perfetta blindatura di Breaking Bad, che non lasciava questioni irrisolte per i due protagonisti che necessitavano di essere esplorate.


El Camino è un film che aveva bisogno di un miracolo per potersi affrancare da Breaking Bad e poter camminare sulle proprie gambe, ma il miracolo non è avvenuto. Quel che ci ritroviamo tra le mani è un'appendice della serie originale che non ci racconta nulla di nuovo, ma che per fortuna lo fa con grande maestria e misura. Un film che pur nei suoi difetti tiene incollati davanti allo schermo dall'inizio alla fine, merito di un Vince Gilligan dall'impronta stilistica sempre più pronunciata che ci regala una messa in scena da manuale sia per scrittura che per regia, in grado di muoversi con eleganza persino all'interno di una parentesi che lascia molto poco spazio di manovra per scrivere una storia. Un film che riesce nel delicato compito di non vanificare l'equilibrio perfetto creato dal finale della serie originale e che nella sua modestia porta tranquillamente a casa il risultato. Se avete amato Breaking Bad, immergetevi in El Camino senza remore perché nonostante tutto vi piacerà.
Solo una volta visto potremo iniziare a interrogarci su quale fosse la necessità di questo film, sul perché il pubblico senta costantemente il bisogno di rifugiarsi nel passato, anche quando non è poi così lontano, anche quando il presente ha molto da offrirci*.


*Vince Gilligan su tutti non ha bisogno di tornare su Breaking Bad visto che lui e Peter Gould non stanno sbagliando un colpo con Better Call Saul, serie ancora più matura del suo predecessore.

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