Nejishiki e l'immobilismo


Articolo pubblicato in origine il 13 Settembre 2018 sul portale C4 Comic

L’ondata Gekiga che ha invaso l’Italia da qualche anno a questa parte non sembra voler accennare a fermarsi e la nuova “gallina dalle uova d’oro” è Yoshiharu Tsuge, autore fondamentale di questa corrente e del fumetto giapponese ma colpevolmente inedito nel nostro paese fino a poco tempo fa. Nell’ultimo anno e mezzo, grazie al lavoro di Canicola Edizioni e Oblomov Edizioni, sono stati pubblicate ben quattro volumi del maestro Tsuge permettendoci di conoscere momenti diversi e fondamentali della sua carriera. Mentre i due volumi pubblicati da Canicola Edizioni (L’Uomo senza talento e Il giovane Yoshio) si concentravano sul periodo più tardo della sua produzione, quello di stampo autobiografico, il Nejishiki di Oblomov Edizioni pone la lente sul momento centrale della sua carriera. I racconti racchiusi in questo volume appartengono quasi tutti alla seconda metà degli anni ‘60, il periodo del tanto agognato successo e dello sperimentalismo sfrenato, possibile grazie alla completa libertà che gli lasciava la rivista Garo (gli unici racconti di questa raccolta a non provenire da questa rivista sono Il Granchio e La Fabbrica Galvanica).


Apre il volume Nejishiki (Modello a Vite), probabilmente il fumetto più iconico realizzato da Yoshiharu Tsuge. Il racconto si apre con un bambino dal volto deforme che emerge dal mare con una ferita al braccio mentre un inquietante aereo militare vola sopra di lui. In venti pagine seguiamo la sua disperata ricerca di un aiuto medico mentre l’indifferenza di chi lo circonda porta il suo volto a mutare la disperazione in rassegnazione. Una storia dichiaratamente onirica, l'autore ha infatti confermato di essere ispirato a un suo sogno che i lettori non faranno fatica a classificare come incubo. Surreale in modo più sottile è il racconto che lo segue, Gensenkanshujin (Il Proprietario del Gensenkan), in cui una figura misteriosa si trova a vagare per una città immobile nel tempo mentre viene a conoscenza di una storia di sesso e opportunismo. Sempre di sesso si parla in Mokkiriyanoshojo (La Ragazza del Mokkiri Bar) e Yanagiyashujin (Il Proprietario della Yanagiya), in modo molto ingenuo nel primo e in modo molto più luttuosamente consapevole nel secondo. Completano la raccolta due racconti successivi al periodo “Garo” di Tsuge, Kani (Il Granchio) è un divertente e surreale racconto di un uomo e il suo bizzarro interesse per un granchio, mentre Obandenkimekkikogyosho (La fabbrica Galvanica) è un tassello dell’autobiografia di Tsuge che racconta un passaggio della sua infanzia passata a lavorare e che rappresenta un punto d’incontro con Il Giovane Yoshio, volume Canicola che contiene lo stesso racconto assieme ai suoi “fratelli”.


Dare interpretazioni precise a questi racconti è difficile e probabilmente non si riuscirebbe mai a restituirne un’immagine efficace e completa con una spiegazione razionale. Più sensato è invece lasciarsi guidare dalle sensazioni che queste tavole restituiscono di volta in volta, rintracciando le problematiche relative al sé e alla società che ispiravano l’autore e così facendo intessere una rilegatura di tematiche che lega tutti questi racconti. La prima cosa che salta all’occhio aprendo Nejishiki è il grosso aeroplano nero che proietta l’ombra della guerra su tutto il racconto, richiamata poi dalle immagini di macerie e navi da battaglia. Siamo sul finire degli anni ‘60, sono passati più di 20 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale eppure il Giappone sembra sentirne ancora i pesanti effetti, come incastrato in un perenne “dopoguerra”. Alla guerra non si farà più riferimento nelle altre storie, ma sarà impossibile scrollarsi di dosso questo sentimento di immobilismo per tutto il volume. E come potrebbe essere altrimenti quando il trait d’union di queste storie è proprio il racconto di forti staticità, di città che invecchiano per inerzia, illusioni da cui non si vuole scappare e scelte di vita o condizioni native da cui invece non si può scappare. Nell’iconografia popolare giapponese, i Tengu sono creature fantastiche dal piglio capriccioso che sfogano intrappolando le loro povere vittime in illusioni da cui devono riuscire a districarsi. In Gensenkanshujin sembra avvenire un ribaltamento, dove il misterioso uomo dalla maschera dalle sembianze di un Tengu viene osteggiato dagli anziani cittadini per ostacolarne l’incontro con il suo doppelgänger come per timore che l’illusione finisca e la città fantasma debba tornare a vivere. Al centro della vicende vi è un atto sessuale non guidato dall’amore, completamente assente in queste storie, ma dà un animalesco desiderio carnale. Il sesso in Tsuge acquisisce sempre un’aura malata, il consenso femminile è quasi sempre assente mentre i volti dei personaggi riescono a deformarsi e a farsi ancora più sgraziati durante questi terribili momenti d’intimità. Il sesso assume anche connotazioni opportunistiche, calcolate o non calcolate, in cui l’uomo trae sempre un guadagno dall’azione, a prescindere dalla sua moralità, mentre la donna si lascia sfruttare inerme e, a volte, compiaciuta. Questo è vero per il personaggio al centro di Gensenkanshujin, ma anche per Nejishiki che viene curato proprio durante l’atto sessuale con una dottoressa. La stessa formula la ritroviamo nelle fantasticherie del protagonista di Yanagiyashujin e nelle azioni di Mokkiri in Mokkiriyanoshojo, entrambi accomunati dal desiderio di una vita migliore e dall’impossibilità di portare a compimento i loro obiettivi. Il primo non riesce a trasformare in realtà ciò che immagina perché convinto di essere la causa irrimediabile del proprio male. Mokkiri è il contrario, non ha avuto voce in capitolo sulla sua condizione, ma è destinata allo stesso destino perché portatrice della colpa di essere donna e, soprattutto, ingenua.


Il racconto di queste sofferenze viene espresso attraverso un neorealismo distaccato con cui l’autore si limita a mostrare la realtà senza deformarla. Un preciso tratteggio dà forma a fondali e figure di contorno realistiche fino al fotorealismo (l’autore non ha mai nascosto l’utilizzo di fotografie come reference). Nelle storie prese da Garo ritroviamo continuamente personaggi dai volti sgraziati e dall’aspetto trasandato, spesso immersi nelle atmosfere tenebrose di una notte eterna. Particolare attenzione Tsuge la dedica ai nudi femminili, ritratti con quello che all’epoca dev’essere sembrato un “osceno” realismo e presenti in praticamente tutte le storie.

Più l’invasione Gekiga in Italia va avanti e più si fa complicato per il lettore capire quali opere sono realmente fondamentali e quali trascurabili. Nessun dubbio però con Nejishiki. Anche solo la storia che dà il nome alla raccolta è un tassello fondamentale della carriera di Yoshiharu Tsuge, della storia della rivista Garo e di tutto il fumetto giapponese.

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