14/10/16

Recensione - Dove nessuno può arrivare di David Rubìn


Nel 2007 muoveva i primi passi sul suolo italiano David Rubìn, fumettista spagnolo di fama ormai internazionale anche grazie alle pubblicazioni nostrane realizzate da Tunué.


"Dove nessuno può arrivare" è un racconto breve in cui Rubìn, in meno di 64 pagine, viviseziona l'animo di un perdente mostrandoci il suo miserabile tentativo di fuggire da sé stesso. Muovendosi tra diversi piani temporali, l'opera ricostruisce la storia d'amore tra Ulisse e Ana creando un corto circuito tra la felicità che ne permea il passato e la malinconia che domina nel presente.

In quest'apparentemente semplice storia slice of life si inserisce un substrato culturale molto caro a Rubìn. Il tema dell'Eroe, in tutte le forme che ha preso col passare del tempo, permea l'intera produzione di Rubìn (basti vedere la sua bibliografia in cui compaiono titoli come L'Eroe, Beowulf o il recente spin-off del Battling Boy di Paul Pope, Aurora West) e influenza fortemente quest'opera. A partire dal nome del protagonista, Ulisse, questo è un fumetto anche sull'Eroismo, in particolare nella sua incarnazione più recente nella cultura popolare: il supereroe. Rubìn risponde alla domanda: "Cosa spinge un uomo ad indossare una maschera per prendere a cazzotti i criminali?". Sicuramente il possesso di un forte senso di giustizia, ma non è tutto. La risposta che Rubìn dà è un'altra: la tristezza.




Quella tristezza che affligge Ulisse, un pugile che preferisce farsi menare anziché vincere un incontro perché il dolore fisico sembra quasi anestetizzarlo dal dolore interiore. Quella tristezza così profonda da inghiottire tutto, un cancro incurabile che riesce ad avere la meglio su un amore così forte come quello tra i due protagonisti. Quando invece indossa una maschera, Ulisse riesce ad isolarsi dal suo dolore, è un altro uomo, l'adrenalina lo anestetizza, la consapevolezza di aver fatto una buona azione lo fa star meglio. È difficile dire se sia davvero un eroe o un egoista che vuole fuggire dai propri problemi.


Ma a lui non interessa essere etichettato, solo smetterla di soffrire e far soffrire. Per questo la storia d'amore tra lui e Ana, per quanto non abbia nulla di veramente particolare, funziona nei suoi picchi emotivi. Il radioso passato, che si muove tra analessi e prolessi inframezzando un triste presente che invece si muove in ordine cronologico, ci racconta quello che è il peggior modo di arrivare alla fine di una storia d'amore: senza possibilità di far niente. Il destino sembra già essere stato scritto e, anche se nessuno ha colpe, il malinconico finale catartico è impossibile da evitare.

"Dove nessuno può arrivare" è un'opera semplice, che si "limita" a rielaborare idee, suggestioni ed emozioni in un fumetto molto breve dalla sintesi invidiabile. Dal punto di vista grafico, seppur acerbo, Rubìn ha già un suo stile ben definibile caratterizzato da linee spesse, nasi a punta e volti spigolosi. La costruzione della tavola sfrutta diversi tipi di gabbie classiche e vengono ben gestiti i ritmi narrativi, senza farsi mancare qualche espediente grafico un attimo più complesso (un esempio su tutti, pagina 42).

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