02/03/16

Lo chiamavano Jeeg Robot


Lo Chiamavano Jeeg Robot è una storia di piccola criminalità, di sguardi al presente e di nostalgia al passato, di superpoteri e supersolitudine.


Tra i figli abbandonati della periferia di Tor Bella Monaca abbiamo Enzo Ceccoti, un apatico criminaluncolo che tenta di sbarcare il lunario con furtarelli e di mischiarsi il meno possibile con la gente; e Lo Zingaro, un altro criminaluncolo che però punta molto in alto nel tentativo di farsi un nome nel sottobosco del crimine organizzato. A mischiare le carte in tavola è il dono dei superpoteri, che molto casualmente investe lo sfortunato Enzo e dà il via alle vicende del film.


Alternando due trame che finiscono inevitabilmente per incrociarsi continuamente, Mainetti rielabora da un lato i topos del supereroe Silver Age, tra origine dei poteri e guide morali, mentre dall'altro si occupa del filone di film sul crimine organizzato che ha tra i suoi esponenti più noti "Gomorra" e "Romanzo Criminale" raccontandoci le vicende di una piccola banda di criminali nel tentativo di farsi un nome. E, che sia chiaro, riesce perfettamente in entrambe le operazioni.


"Che cos'è un eroe?" si domandava la voce ndarrante nel trailer del film, la risposta di Mainetti è molto immediata. Un eroe è un uomo che compie una scelta, una scelta come quella di Enzo che decide per una volta di non fregarsene salvando la problematica Alessia. Un incontro che è alla base della sua crescita come persona. Enzo e Alessia non sono altro che due persone sole che decidono di condividere la propria solitudine. Entrambi zavorrati dal loro passato, entrambi isolati dal mondo esterno e nascosti nel proprio. Qui entra in gioco Jeeg Robot: l'anime degli anni '80 non è solo una citazione nostalgica all'infanzia di regista, ma diviene una splendida metafora dell'innocenza perduta e del tentativo di farla riemergere.


Come contraltare alla fuga dal mondo di Enzo e Alessia, Mainetti butta sul piatto il personaggio più bello del film. Lo Zingaro, interpretato da un magistrale Marinelli, è un piccolo criminale con forti manie di grandezza. Seguendo un atteggiamento "anti-epico", viene dipinto dagli sceneggiatori non come il tipico genio criminale a cui il cinema mainstream ci ha abituato, ma come un personaggio invece fortemente verosimile, scaltro e opportunistico che ha come unico obiettivo il potere.
L'iconicità del personaggio si rifugia nella sua vena più grottesca: l'amore per il pop italiano anni '80. Continuando quindi a citare la sua infanzia, il regista rende protagonista Lo Zingaro di scene dallo stile particolare e carismatico nella loro bizzarria. Questa festa di colori sgargianti, vestiari vivaci e di canzoni italiane sono quel tocco di classe che si legano a doppio filo con la sua brama di potere e di fama.


Nello sfondo c'è una Roma attuale e realistica, per tutto il film aleggia a distanza la minaccia terroristica mentre i media televisivi, internet e i social network la fanno da padrone restituendo una istantanea molto moderna della capitale italiana. Tutto questo in una sceneggiatura asciutta, caratterizzata da un minutaggio molto contenuto che è stato gestito con una certa bravura e in cui lo show, don't tell è onnipresente per non sprecare nulla del film in inutili scene che ne spezzerebbero il ritmo. Al livello tecnico si soffre purtroppo di un budget evidentemente bassissimo, alcune volte la pellicola mostra il fianco ma spesso ci regala delle sequenze veramente bellissime (c'è una scena con Lo Zingaro che mette a tacere non so quanti film con budget molto più alti). Le musiche sono uno strano mix tra pop italiano ed elettronica moderna che funziona alla grande. La trama scorre liscia, con un paio di bei colpi di scena ben piazzati e con nessuna caduta di stile. Il film sa quando prendersi in giro e quando essere serissimo e si arriva, o almeno è stato così per me, ai titoli di coda con soddisfazione al pensiero che questa produzione italiana sia riuscita, nonostante i limiti di budget e affini, ad essere un ottimo prodotto. L'esordio al lungometraggio di Gabriele Mainetti, dopo alcuni bellissimi cortometraggi (tra cui Basette), è il migliore degli auspici sulla sua carriera e vale assolutamente il prezzo del biglietto.

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