09/02/16

The Hateful Eight - Un tentativo di recensione


Non sono un recensore di film, non voglio neanche esserlo. Per questo è raro che parli di film e quando lo faccio, lo faccio con risultati disastrosi. Ma questa voglio scriverla. Giusto per il piacere di condividere con voi quel che ho visto, trattasi pur sempre di un blog personale. Purtroppo, al terzo tentativo di stendere questa recensione, l'unica cosa che sono riuscito a scrivere è "The Hateful Eight è un film." Che grazie, grazie tante, che è un film immagino che lo sappiate (se non lo sapete, iniziate a dubitare della vostra sanità mentale). Ma che film è? Ve lo dico subito.


Abbandonato il caldo Texas di Django Unchained, Tarantino ci immerge letteralmente nel bianco della gelida Wyoming pochi anni dopo la Guerra di Secessione. Una tormenta di neve blocca 8 loschi figuri in un emporio dove dovranno trascorrere i successivi giorni forzatamente a contatto. Questo è fondamentalmente quello che Tarantino ci presenta nella prima ventina di minuti, quelli attraverso cui costruisce le solide fondamenta della sua storia.

Quel primo segmento ci fa capire esattamente cosa stiamo guardando. È un film Tarantiniano straripante di omaggi al genere Western (a partire dall'ampio utilizzo di enormi primi piani), ma è anche diverso dai precedenti. L'atmosfera è molto più tesa, nessuno si fida di nessun altro per ogni singolo secondo della pellicola, e la morte, come la paura di essa, è sempre dietro l'angolo. I dialoghi sono meno frizzanti, meno surreali. Non si parla di hamburger, non si parla della mancia alle cameriere. Quando si parla, si parla seriamente, si tenta di scrutare nelle vere intenzioni del proprio interlocutore e di capire quanto ci si può fidare dell'altro; e soprattutto si discute, anche animatamente, della guerra di secessione. Perché sì, questo è il film di Tarantino più calato nella sua realtà storica e soprattutto più influenzato da essa; andare al cinema senza sapere cosa sia la Guerra di Secessione significa andare al cinema a vedere quasi 3 ore di persone che parlano di cose sconosciute.

È in questo contesto che si muovono gli 8 odiosi bastardi del titolo. Rinchiusi in un emporio che altro non è che un enorme palcoscenico da teatro, si ritrovano a mescolarsi 8 personaggi indipendenti (quasi), ognuno con i suoi obiettivi, ognuno con le sue idee. Lo spettatore inizia a conoscerli mentre loro si conoscono tra di loro, poi inizia a farsi avanti l'idea che qualcuno di loro non sia realmente chi dica di essere. Poi accade qualcosa, e l'idea diventa realtà.

È per quel che vi ho raccontato, che in giro si è parlato molto spesso di "giallo all'Agatha Christie" e bisogna ammettere che non è una definizione completamente sbagliata. Alla base può forse richiamare quel tipo di racconto lì, ma nello svilupparsi assume subito tutt'altro tono e movimento che poco ha a che fare con quel genere. A farla da padrone non è la ricerca del possibile intruso, non c'è alcun senso di giustizia o di ricerca della verità, ma solo l'ardente desiderio di rimanere interi e di evitare il più possibile di dover sfoderare le pistole dal fodero. Nonostante l'ambientazione western, The Hateful Eight e Django Unchained sono profondamente differenti proprio in questo aspetto.


La complicazione dell'atmosfera tesa e dubbiosa risiede poi nella natura dei protagonisti. Tutti sono messi in forte questione da tutti e, a differenza dei precedenti film di Tarantino, non esistono né eroi né antieroi. Tutti i buoni sono rimasti chiusi fuori dalle quattro mura dell'emporio e su questo palcoscenico si muovono solo personaggi dall'enorme ambiguità morale. Assieme alla tensione, al dubbio e all'istinto al non fidarsi, a farla da padrone nella pellicola è l'ambiguità morale. Assenti completamente gli ideali, questi 8 bastardi si muovono solo per sé, che sia la necessità di sopravvivenza o il gusto di fare quel che fare, non esiste altro motore per questi uomini. Tutto è fortemente grigio, diventa persino difficile distinguere chi erano i buoni e chi i cattivi nella Guerra di Secessione, sebbene si noti in fondo quanto a Tarantino stia a cuore la rivalsa nera e il tema del razzismo americano.


Se interrompessi il mio articolo qui, avrei fatto un enorme torto al film. Non vi ho parlato dell'aspetto più tecnico del film. Tralasciando l'interpretazione magistrale di tutti gli attori, ho visto il film sia in lingua originale che doppiato, il film nella regia tarantiniana e nel possedere una delle colonne sonore di Ennio Morricone più ispirate di sempre. L'orchesta di Morricone esprime appieno il senso di desolazione delle lande innevate del Wyoming e allo stesso tempo riassume l'intero sentimento d'inquietudine del film nel brano principale. È magistrale, è potente ed indimenticabile. È semplicemente perfetta e fa da sottofondo alle riprese di Tarantino, un altro maestro. La scelta di riprendere il film in Ultra Panavision 70mm ha portato l'inquadratura ad assumere una forma ancora più larga e schiacciata del normale che accentua molto la spettacolarità e il senso d'immenso delle riprese all'aperto e rende più caustiche le scene dentro. Il contrasto, dettato anche dai colori e dalla luce, diviene sempre più forte con lo scorrere del film da imprimersi fortemente nel cervello (e nella retina dei nostri occhi). Il lavoro fatto con la cinepresa è, come al solito, stupefacente. Riprese e movimenti puliti, precisi e una regia delle scene sempre ricca di inventiva. C'è una notevole attenzione per i particolari, una seconda visione in questo aiuta moltissimo, e una incredibile naturalezza nel cambiare di colpo registro. Tutto diviene un'amalgama, dal grottesco al western, dalla suspence alla scena di transizione, senza venire appiattito tutto in uno ma coesistendo perfettamente in un solo film, in una sola scena.


Il mio articolo si esaurisce qui, ma non si esauriscono di certo qui gli argomenti di discussione sul film.Potrei parlarvi, tra le tante cose, di quanto questo film peschi a piene mani dai precedenti di Tarantino e allo stesso tempo sia un passo avanti sugli stessi. Ad esempio, la suddivisione in capitoli, a differenza di Pulp Fiction, smette le vesti di una tecnica per sconvolgere l'ordine cronologico degli eventi ma diviene una divisione atti, aumentando il parallelismo con il teatro già fatto. E rimanendo in questo parallelismo, potrei parlarvi di come sia ancora più evidente considerando il rispetto quasi totale delle 3 unità aristoteliche e di come l'unità della location è ancora più accentuata rispetto a Le Iene. Oppure infine di come Tarantino sia riuscito a fondere ancora di più la sua cifra stilistica con un tono più serio, come aveva già tentato in Jackie Brown. Ma mi limiterò a dirvi che The Hateful Eight è l'ennesima prova di come Tarantino sia un regista grandioso, di come ogni sua opera sia curata nei minimi dettagli, di come sia un artista che ha ancora tanto da dire e da portare al cinema e di come, dopo 8 film, non sia ancora minimamente stanco.



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