18/02/16

Dylan Dog Color Fest 16: Tre Passi nel Deliro


Diminuisce la foliazione, cambia la carta, scende il prezzo e aumenta la libertà.
Il rinnovamento che Recchioni sta apportando alle testate dedicate all'Indagatore dell'Incubo ha finalmente contaminato anche il semestrale Dylan Dog Color Fest, divenuto ora addirittura trimestrale, e ci regala un sedicesimo numero con tre storie di tre autori del panorama indie italiano al lavoro sul personaggio liberi di poter imprimere la loro personale cifra stilistica sull'universo di Dylan Dog.

Parafrasando il titolo dell'albo, le tre store da poco più di una trentina l'una offrono tre piccoli viaggi nel personaggio di Dylan Dog e nel suo universo malato, analizzandone e riflettendo su alcuni particolari aspetti.

La prima storia, Sir Bone - Abiti su Misura, è un un racconto in cui l'autore, Ausonia, si concentra su quello che è il marchio visivo del personaggio: il suo abbigliamento. Mettendo in scena situazioni a metà tra il macabro e il grottesco, Ausonia mette in scena in poche battute come sia nella natura umana adagiarsi ed evitare il cambiamento (forse una metafora e critica ai lettori di Dylan Dog, e non solo, meno avvezzi ai cambiamenti?) ma soprattutto di come Dylan Dog non sia un semplice Indagatore dell'Incubo ma un personaggio che l'Orrore lo veste e porta sempre con sé. Il fine della storia si esaurisce in poche precise pagine, il resto è puro ornamento ad una storia abbastanza scarna. Le tavole che la tengono in piedi sono caratterizzate da disegni molto dettagliati, resi unici da un utilizzo della matita dal tratto molto leggero e ossessivo. I colori di quello che è l'episodio più "classico" dell'albo risultano invece un po' troppo spenti, probabilmente a causa del cambio di carta che è, a mio parere, in peggio e non in meglio come viene detto nell'editoriale.


La seconda storia, di Marco Galli, è sicuramente la più riuscita dell'albo. Gick Grick è il titolo del racconto e l'onomatopea che proviene ininterrottamente dal logorante stridere dei denti di un demone obeso comparso nella cucina di Dylan Dog. Racchiuse in queste 30 pagine vi è una vicenda straniante, desolante, ambientata tutta nella vita più privata e intima di Dylan Dog. La narrazione si sviluppa tutto sul non-detto e sul simbolico e diviene presto metafora di come i demoni a cui Dylan dà la caccia nella sua vita pubblica si infiltrino sempre nella vita privata dell'uomo, di come venga completamente assorbito dai suoi casi e dalla voglia di salvare tutti da portarli nella propria abitazione e permettere che divorino tutto ciò che ha attorno, lasciandolo completamente solo. Il tratto di Marco Galli ci fornisce una versione di Dylan brutta, dal viso scavato, e sono la principale causa dell'atmosfera desolante della storia. Il continuo utilizzo di primi piani su particolari del viso e delle mani e la scarsa definizione degli sfondi dona un senso di introspettivo e di universalità alla storia, inghiottendo il lettore in queste vicende tanto stranianti quanto interessanti.

Chiude l'albo una storia di Aka B su cui c'è poco da dire. In Claustrophobia viene forzata la narrazione infilando Dylan Dog in una situazione senza contesto con l'unico scopo di inscenare un monologo del personaggio in cui riflette su di sé e la sua condizione. Il galeone, Groucho, le sue numerose partner, poi la ciclicità della sua vita e poi ancora altre piccole riflessioni compongono il gioco metatestuale dell'autore che trasforma la prigionia del pozzo in cui ha infilato il personaggio nella prigionia narrativa ed editoriale a cui le sue sorti immobili sono affidate. A portare conclusione alla storia vi è una rivelazione improvvisa per il personaggio, che altro non è che un tirare le somme di ciò che viene detto precedentemente, sia in questa storia che nelle altre, che si sviluppa attraverso un escamotage narrativo che ricorda un po' quello usato da Grant Morrison all'inizio del suo ultimo story-arc su Animal Man. La storia è illustrata con un tratto molto stilizzato che appiattisce il personaggio, rubandogli qualsiasi spessore e facendolo sembrare composto di carta, che ben si adatta con il registro di tutta la storia, assieme ad una costruzione della tavola inusuale per la testata (ma nulla di ardito).


In conclusione, possiamo dire che questo Dylan Dog è un gran bell'esperimento che porta sicuramente qualche nuovo approccio al personaggio. Finora il problema della testata era stato l'incessante tentativo dei suoi autori di condensare una trama classica di Dylan Dog in un racconto breve da 30 pagine, con risultati raramente degni di nota e quasi sempre tra il mediocre e il pessimo. Quel che mi chiedo però è fino a quanto si potrà andare avanti con questo trend del "Smontiamo il personaggio" che sta iniziando a caratterizzare le storie più significative del rilancio di Recchioni, a partire proprio dal suo primo albo Spazio Profondo (che era solo una banale metafora della situazione editoriale di Dylan Dog).

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P.s.: Molto bella la copertina di Mike Mignola Arturo Lauria.

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